Idrogeno, una filiera nazionale per decarbonizzare l’Italia

Idrogeno, una filiera nazionale per decarbonizzare l’Italia

Idrogeno, una filiera nazionale per decarbonizzare l’Italia

 

Una capillare infrastruttura per il trasporto del gas, la competitività del settore manifatturiero nazionale e la capacità di integrazione dell’idrogeno nel mix energetico della penisola, candidano l’Italia a un ruolo di primo piano nella strategia messa a punto dalla Commissione Ue per l’idrogeno e nel processo di decarbonizzazione tratteggiato dai target nazionali ed europei. E, se intraprenderà questa strada, l’Italia potrà consolidare una filiera industriale associata allo sviluppo dell’idrogeno con importanti ricadute sia in termini di valore della produzione, compreso tra 64 e 111 miliardi di euro al 2050 tra effetti diretti, indiretti e indotti, ma che può sfiorare i 1500 miliardi nello scenario più ambizioso, sia sotto il profilo occupazionale con un apporto pari a 540mila posti di lavoro in più nei prossimi trent’anni se sarà impresso un deciso colpo d’acceleratore su tale versante.

A delineare il potenziale estremamente significativo dell’Italia, che può diventare un «abilitatore» nei piani europei, è lo studio “H2 Italy 2050, una filiera nazionale dell’idrogeno per la crescita e la decarbonizzazione dell’Italia”, realizzato The European House-Ambrosetti in collaborazione con Snam, che domani sarà presentato al Forum di Cernobbio. «L’idrogeno – spiega al Sole 24 Ore l’ad della società, Marco Alverà – può contribuire a risolvere il triplice paradosso dell’energia: ridurre velocemente e in modo significativo le emissioni fino ad arrivare a zero (soprattutto nel trasporto su strada, navale e aereo, in certe industrie difficilmente elettrificabili e nel riscaldamento in zone fredde), garantire la sicurezza energetica e dare energia a buon mercato a chi ne ha più bisogno e non può permetterselo».

La ricerca sottolinea innanzitutto com’è cambiata la considerazione attorno all’idrogeno, i cui costi, giudicati un tempo insostenibili, sono andati via via riducendosi tanto che si stima possano divenire competitivi con alcuni combustibili attuali nel giro di cinque anni. Man mano che prenderà sempre più piede la produzione di idrogeno decarbonizzato (“verde” attraverso l’elettrolisi che sfrutta l’elettricità da energie rinnovabili e “blu” tramite la cattura e lo stoccaggio di carbonio partendo da fonti fossili, come il gas). Su cui punta anche la strategia europea che, come noto, lo scorso 8 luglio, ha lanciato un piano su due assi (sostituire progressivamente l’idrogeno ai combustibili fossili e decarbonizzare la produzione), la cui declinazione sarà supportata anche dall’European Clean Hydrogen Alliance, un’iniziativa pubblico-privata – di cui fa parte anche Snam – che riunisce leader industriali società civile, istituzioni e Banca europea per gli investimenti (Bei).

Insomma, il Vecchio Continente si muove con decisione verso l’idrogeno e l’Italia può fare, come detto, da traino rafforzando una filiera nazionale che è stata ricostruita dallo studio lungo tutta la catena del valore (dalla produzione ai molteplici utilizzi finali e ai servizi connessi). In questo modo, la ricerca – nel cui advisory board siedono, tra l’altro, Esko Aho, già primo ministro della Finlandia ed esperto di innovazione, Steve Angel, ceo di Linde, e Francesco Profumo, presidente di Compagnia di San Paolo – ha identificato 90 tecnologie afferenti alla filiera dell’idrogeno e ha calcolato l’impatto collegato all’implementazione del vettore energetico su due livelli: uno scenario di sviluppo, in cui viene ipotizzato un mantenimento delle quote di mercato e delle competenze dell’industria italiana attuali, e uno scenario accelerato, in cui le tecnologie dell’idrogeno sono potenziate e allineate a quelle paesi più performanti grazie a politiche industriali di lungo periodo. Partendo da qui, si arriva così a stimare un valore complessivo della produzione dell’idrogeno tra 64 e 111 miliardi al 2050, grazie anche alle attività di fornitura e subfornitura e all’effetto indotto sui consumi. Un’asticella che, nello scenario più spinto (in cui il valore della produzione risulta maggiore del 67% rispetto a quello di sviluppo), può arrivare a toccare i 1500 miliardi al 2050 come valore cumulato con un importante effetto di creazione di nuovi posti di lavoro tra diretti, indiretti e indotto (tra 320mila e 540mila al 2050 a seconda del livello di implementazione delle tecnologie). Senza contare il contributo in termini di Pil stimato tra 5 e 7,5 miliardi al 2030 e tra 22 e 37 miliardi al 2050.

«Come conferma questo studio – spiega Alverà – l’Italia potrà recitare un ruolo da protagonista beneficiando di una posizione geografica che la candida a hub naturale facendo da ponte infrastrutturale tra l’Europa e il Nord Africa e, grazie al suo status di seconda nazione manifatturiera del Continente, consolidando una filiera che già oggi la vede tra i primi due produttori europei di tecnologie termiche e meccaniche e di impianti e componenti potenzialmente utilizzabili per l’idrogeno». Per giocare in prima linea, però, suggerisce la ricerca, l’Italia deve dotarsi di un piano articolato che dovrà ruotare attorno a una strategia di lungo termine e accelelerare lo sviluppo di una filiera industriale dedicata attraverso la riconversione dell’industria esistente e l’attrazione di nuovi investimenti.

 

Fonte: ilsole24ore.com



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